
Ciao, sono Irene Di Pascale, web designer per libere professioniste che vogliono essere trovate, non viste Creo brand e siti web per chi vuole essere trovata senza vivere sui social.
Metto insieme tre cose che spesso viaggiano separate. L’identità con cui le persone ti riconoscono. Le parole con cui ti cercano su Google. Il sito che le tiene dentro.
Il risultato è uno spazio che lavora anche nei giorni in cui tu non pubblichi niente. A portare le persone da te non è l’algoritmo: è la loro ricerca.

Come lavoro: il Metodo Ampolla™
Ogni lavoro attraversa le stesse quattro fasi. Ognuna prepara quella dopo: se salti la prima, la terza ti si sfalda in mano. Qui te le riassumo. Se vuoi vederle da vicino, ho scritto il Metodo Ampolla™ fase per fase.

Fase 1
Ascolto
È una conversazione vera, non un modulo da compilare. Prima di decidere che aspetto avrà una cosa, ho bisogno di sapere per chi la sto facendo. Cosa ti pesa oggi, e cosa vuoi tenere.

Fase 2
Essenza
La fase che nessuno vede, e che decide tutto il resto. Cerco le parole con cui le persone cercano il tuo servizio. Guardo come si racconta chi fa il tuo stesso mestiere. E trovo il punto preciso in cui puoi stare tu, senza somigliare a nessun’altra.

Fase 3
Struttura
Qui quello che sei prende una superficie. Nascono la creazione del visual e della brand identity e l’architettura delle pagine. Le progetto insieme, perché sono la stessa cosa vista da due lati.

Fase 4
Presenza
È il momento in cui la creazione del tuo sito web arriva a destinazione. Il sito va online ottimizzato in ottica SEO, si posiziona e comincia a lavorare senza di te. E poi, se lo vuoi, resta curato nel tempo.
Perché la SEO viene prima del design
Quello che mi distingue sta nell’ordine di queste fasi. Nella maggior parte dei progetti la SEO arriva alla fine, a sito già fatto. A quel punto le parole giuste si possono solo incastrare a forza dentro testi nati per dire altro. E si sente. Io invece comincio da lì, dalle parole, e costruisco identità e struttura sopra quelle fondamenta.
Tempi e ritmo di lavoro
C’è anche un modo di lavorare, e te lo dico prima: è parte del servizio quanto il resto. Comunico via email, con call fissate solo quando servono. Rispondo sempre per iscritto, prendendomi il tempo che serve perché una risposta sia pensata. Sono una web designer freelance e sviluppo ogni sito su WordPress, così resta tuo e aggiornabile anche senza di me.

Perché lo faccio
Voglio che una donna con un’attività avviata smetta di svegliarsi pensando a cosa pubblicare. Che possa mandare il link del suo sito mentre è al telefono, senza rileggerlo prima per capire se regge. Che nei mesi in cui non ha voglia di farsi vedere le clienti la trovino lo stesso. In quei mesi a lavorare è il sito, non lei.
Quasi tutte le donne con cui lavoro, prima di scrivermi, hanno pensato che il problema fossero loro. Che le altre reggessero certi ritmi e loro no. Ci sono passata anch’io. Quel pensiero non se ne va perché qualcuno ti dice che sei brava. Se ne va il giorno in cui ti arriva una richiesta da una persona che non ti conosceva. Ti ha cercata su Google e ti ha scelta leggendo come racconti il tuo lavoro.
E voglio che quello che costruiamo resti suo. Alla fine di un progetto la mia cliente ha un posto dove mandare le persone. Un posto che possiede, e che vale anche l’anno dopo.
Con chi lavoro

Sono una web designer per imprenditrici e libere professioniste, e le donne che mi scrivono partono quasi tutte dallo stesso punto: un’attività avviata, clienti che le stimano, e una presenza online rimasta indietro rispetto a quanto sono cresciute.
Donne riservate, che si ricaricano nella calma e non sotto i riflettori. Non vogliono diventare “content creator”: vogliono che chi ha bisogno di loro riesca a trovarle.
Probabilmente ti riconosci se:
- il tuo lavoro va bene grazie al passaparola, ma non arriva quasi niente da Google;
- il sito che hai te lo sei fatto da sola qualche anno fa, e quando qualcuno ti chiede l’indirizzo ti senti a disagio;
- hai provato a stare sui social con disciplina, e la fatica non è stata ripagata come speravi;
- ti è già capitato di pagare qualcuno e ritrovarti con qualcosa che non ti rappresentava, e adesso hai paura di rifarlo;
- ti accorgi di dare valore ai dettagli e ti dà fastidio, più di quanto ammetti, che online il tuo lavoro sembri meno curato di com’è.
In cosa credo
Artigianalità
Ogni progetto passa dalle mie mani dall’inizio alla fine: l’ascolto, l’analisi, il disegno, la costruzione tecnica. Non ti smista nessuno. I tempi sono quelli di una persona sola, e quello che ricevi ha una firma riconoscibile.
Lentezza
Gestisco due o tre clienti alla volta, perché la cura ha bisogno di spazio e non si comprime. Un lavoro fatto in fretta si vede quasi subito. E quasi sempre lo si paga due volte: la prima per farlo, la seconda per rifarlo.
Ascolto
Prima capisco, poi propongo. Le parole per raccontare quello che fai quasi sempre esistono già dentro di te, magari un po’ in disordine. Il mio mestiere è tirarle fuori e metterle in fila, non sostituirle con le mie.
Indipendenza dai social
Costruisco cose che sono tue. Un account non lo possiedi: lo abiti finché qualcun altro decide di lasciartelo abitare. Il lavoro di anni può diventare invisibile per una modifica di algoritmo che non hai deciso tu. Un sito e un brand restano sempre tuoi, anche quando la piattaforma di turno cambia le regole.
Libertà
So cosa vuol dire farsi mangiare dal proprio lavoro. E rinunciare, per portarlo avanti, proprio alla libertà per cui lo avevi scelto. È la cosa che ho faticato di più a riprendermi, ed è quella che provo a costruire per le mie clienti.
Da segretaria a web designer per libere professioniste
Per dieci anni ho fatto la cosa giusta. Laurea in Scienze della Comunicazione all’Università degli Studi del Molise, master in Web Design e Grafica Editoriale alla PC Academy di Roma. Poi la stabilità: la scrivania da segretaria, le fatture, le scadenze, una fretta che non mi apparteneva. Di giorno facevo quello. La sera aprivo il computer e mi perdevo nei colori, nei caratteri, nelle identità visive. Non era un passatempo. Era la parte di me che non riuscivo a mettere a tacere. E la rimandavo: lasciare un contratto a tempo indeterminato per un mestiere creativo sembrava una follia anche a me.
Poi nel 2020 il Covid ha sciolto quel contratto al posto mio. In quello spazio che non avevo scelto ho iniziato a fare quello che rimandavo. Le prime prestazioni occasionali. Poi la partita IVA. Poi una dottoressa che tramite passaparola mi chiede un sito: la mia prima cliente vera.
Da lì ho fatto quello che fanno tutte. Instagram, TikTok, Facebook, LinkedIn, Threads. Mi era stato insegnato che una professionista seria presidia i social tutti i giorni, su più piattaforme possibile. L’ho fatto con disciplina, per mesi, in un periodo della mia vita già difficile per conto suo. Il risultato è stato il burnout, quello vero: è durato più di un anno e sono arrivati gli attacchi di panico.
La svolta non è stata un momento. È stata lenta.
Il pezzo che ricordo con precisione sono tre parole, dette da una persona che in quel periodo mi ha aiutata molto: «apri il ventaglio». Come non esiste un solo modo di vivere, mi ha spiegato, non esiste un solo modo di fare questo mestiere.

In quegli stessi anni tenevo anche un blog, con costanza. Ventitré articoli, scritti bene, sugli argomenti che conoscevo meglio. Nessuno si è mai posizionato su Google. Per un po’ ho creduto che fosse una questione di scrittura. Non lo era: il punto era arrivato prima di scriverli. Li avevo pensati senza cercare le parole che le persone digitano davvero. È l’ordine con cui apre un blog quasi chiunque: si comincia da quello che si sa, come viene in mente. Se hai un blog che non porta nessuno, la ragione è spesso questa.
Poi ho fatto un percorso di formazione con una consulente SEO, e da lì non ho più smesso di studiarla. Quei ventitré articoli li sto riprendendo uno alla volta. Nove sono usciti: parlano di una me che non c’è più, o rispondono a domande che le mie clienti non si fanno. Gli altri li sto riscrivendo partendo dalle parole. È il motivo per cui la fase Essenza viene prima di tutto il resto. Cosa succede a metterla in fondo l’ho visto sul mio sito.
Da lì ho ricominciato dal fondo. Ho rifatto a me stessa il lavoro che faccio alle clienti, partendo dalle domande scomode invece che dal logo. La parte più difficile non era grafica: era una frase, la promessa di quello che faccio. L’ho scritta e cancellata almeno una decina di volte. Da lì è nato Studio Ampolla.
Qualche verità su di me, fuori dal lavoro
- Vivo a Campobasso e lavoro da casa, in uno studio che era di mio padre e che per me ha un significato speciale.
- Sono golosa di cioccolata fondente artigianale all’85%, quella che non piace a tutti e chiede un minuto di attenzione prima di essere apprezzata.
- Il posto in cui torno me stessa è il mare, la mattina presto o al tramonto, quando c’è la quiete giusta.
- Ascolto musica classica e canzoni anni Novanta-Duemila, a seconda di come mi sento.
- Mi prendo cura della mia pelle come un rito lento.
- Amo ricamare: quel disegno colorato, fatto di tanti piccoli quadratini che piano piano prendono forma, mi rilassa tantissimo.
Vado in profondità nelle idee, nei progetti e nelle persone: la superficie non mi basta mai. È anche il motivo per cui ho bisogno di capire chi ho davanti prima di mettere mano a un brand o a un sito. I miei progetti cominciano tutti da una conversazione.

Apri il ventaglio
Se qualcosa di quello che hai letto ti somiglia, scrivimi.
Usa il modulo qui sotto, con le parole che ti vengono. Non serve che sia ordinato, e non devi già sapere cosa ti serve. Quello che scrivi arriva a me, non ad un ufficio. Lo leggo io e ti rispondo in due o tre giorni lavorativi, perché preferisco risponderti dopo averci pensato.
Se vedo che possiamo fare un buon lavoro insieme, sono io a proporti la call conoscitiva, gratuita e senza impegno. Arriva dopo, quando so già di cosa stiamo parlando.