Quasi tutte le mie clienti, prima o poi, mi portano qualcosa che hanno visto in giro. Un logo, la palette di un sito, una bacheca salvata su Pinterest. È il modo normale di cominciare, e ne tengo conto: mi dice più di mezz’ora di descrizioni.
Solo che quasi ogni volta quello che mi stanno portando è un gusto, e non ancora un’identità. Se hai cercato “brand identity esempi”, la difficoltà non sta nel trovarne pochi. Sta nel guardarli con la domanda giusta. Un esempio di brand identity è l’insieme delle scelte visive e verbali con cui un’attività si fa riconoscere, e si giudica dal bisogno a cui risponde, non dal fatto che piaccia a chi lo guarda. Qui sotto te ne racconto tre miei, ognuno col problema che doveva risolvere.
Quello che mi portano è quasi sempre un gusto
Faccio l’esempio più semplice: mi piace il rosso. Benissimo, è un’informazione, e me la tengo. Però il fatto che il rosso ti piaccia non dice ancora niente sul fatto che ti rappresenti. Sono due piani diversi: a volte coincidono, a volte no.
Quando non coincidono, cerco di arrivare comunque all’essenza: far comunicare quel brand in modo coerente. Non contro il gusto di chi ho davanti, ci mancherebbe: attraverso. Il riferimento resta materiale utile, e spesso mi dice qualcosa che non era riuscita a mettere a parole. Solo che da solo non fonda niente, ed è il motivo per cui il mio lavoro comincia con le domande e non con le tavole grafiche. Ne ho scritto nel questionario di brand identity che compilo prima di aprire un file di grafica.
Logo, identity, brand: tre parole usate come sinonimi
Nelle ricerche vengono trattate come la stessa cosa. Il logo è un segno; l’identità è il sistema che ci sta intorno, colori, caratteri, forme, il modo di scrivere; il brand è quello che resta nella testa di chi ti ha incontrata. Non è pignoleria da vocabolario: chi parte dal logo alla fine il logo lo rifà quasi sempre. La distinzione l’ho sviluppata nell’articolo sul significato di brand identity.
Ylenia: un’identità che doveva rassicurare prima del primo incontro
Ylenia Fotzi fa l’agente immobiliare a Olbia e vende case da più di vent’anni. Chi vende casa lo fa quasi sempre in un momento delicato, e la prima cosa che serve è potersi fidare di chi ha davanti. Il problema da cui siamo partite era questo, e non era estetico: la sua esperienza non aveva un volto digitale che la raccontasse.
Da lì è nata una palette di toni caldi e neutri: un nero profondo per l’autorevolezza, un oro champagne per la cura del dettaglio. Il logo unisce un carattere lineare a una Y calligrafica dentro un cerchio: la lettera è lei, il cerchio dice protezione. Quando le ho mostrato le proposte mi ha risposto una frase che mi porto ancora dietro: «ecco, mi serviva proprio questo, non riuscivo ad immaginare». La scheda è nel progetto di Ylenia.
La Casa dei Balocchi: due pubblici diversi, nello stesso momento
Qui il bisogno era un altro, e più scomodo. La Casa dei Balocchi è un negozio di giocattoli in legno, e la sua identità doveva parlare a due persone insieme: i bambini, da incantare, e gli adulti che cercano un regalo che duri. Tenere due sguardi così diversi senza tradirne nessuno è un vincolo che si sente in ogni scelta dopo.
Il logo è una composizione illustrata, la palette prende i colori del legno, le forme sono morbide. Ma la parte che mi interessa è un’altra: l’identità è stata portata sulle cose che la gente si porta a casa, la shopper, i sacchetti, la tazza. È lì che un marchio artigianale mostra se funziona, non nella tavola di presentazione. Per te il banco di prova è il sito, ed è il motivo per cui la creazione siti web e l’identità spesso viaggiano insieme. Trovi tutto nel progetto della Casa dei Balocchi.
Palmieri Vini: la storia antica, senza l’aria polverosa
Palmieri Vini è un’azienda vinicola familiare, e la richiesta univa due mondi che di solito litigano, come in ogni rebranding aziendale: una storia lunghissima da onorare e uno sguardo contemporaneo. Il logo tiene insieme una lira, che porta l’idea di armonia, e un grappolo che àncora il segno al mestiere vero. Te lo mostro anche se non è una libera professionista come te, perché fa vedere quanto lontano arriva un sistema visivo: l’identità è scesa su tutto quello che si tocca, fino al furgone. Il dettaglio è nel progetto di Palmieri Vini.
Brand identity, esempi: cosa guardarci dentro
Se metti in fila i tre, quello che hanno in comune non è uno stile: sono nati da problemi diversi, e infatti non si somigliano. Ed è il modo utile di leggere gli esempi di brand identity che trovi in giro, comprese le bacheche che stai riempiendo.
| Da dove parte il problema | Cosa guardare nell’esempio |
|---|---|
| Ti conoscono ma esitano a scriverti | Come trasmette affidabilità, prima dei contenuti |
| Parli a due pubblici diversi | Se li tiene insieme o ne sacrifica uno |
| Hai una storia lunga alle spalle | Come rende attuale l’eredità, invece che museale |
| Ti confondono con le colleghe | Cosa lo rende riconoscibile a distanza, non solo da vicino |
La domanda giusta davanti a un riferimento non è «mi piace?», ma «a quale problema stava rispondendo, e somiglia al mio?». Sposta l’attenzione dalla superficie alla ragione. Vale anche quando cerchi brand image esempi e finisci sui soliti marchi enormi: quelle identità rispondono a problemi di scala che col tuo non c’entrano, e copiarle non funziona.
Se raccogli riferimenti perché la tua immagine non ti somiglia più, quel materiale è già lavoro fatto. È da lì che parte la creazione visual e brand identity: dalle cose che ti hanno colpita, e dalle domande che ci faccio sopra.
Poi certo, alla fine il colore lo sceglieremo. Ma sarà l’ultima delle cose che avremo deciso, e a quel punto avrà una ragione che non è più soltanto che ti piace.


